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Etna Marathon

 

 

IMPRESA ETNA MARATHON

Una trasferta importante, partita dalla proposta dell’autoctono capocordata team-rider Agostino a dicembre 2016. Le adesioni, dapprima timide e via via sempre più entusiaste, si erano succedute fino ad arrivare a nove. Poi purtroppo le immancabili e giustificate defezioni e ci siamo ritrovati in cinque.

Il trasporto aereo, che spesso spaventa prima di una trasferta sulle lunghe distanze, non è una novità per molti Cassinis. Imbarcare bici e materiale, ora che il carbonio viene impiegato anche per le suole delle ciabatte da doccia, preoccupa sempre un po’. Il terrore di ritirare all’arrivo in aeroporto delle borse che contengono un frullato di composito non se lo nasconde nessuno. E’ il caso di affidarsi ad una buona borsa, pazienza e cura nella fase di imballaggio e un po’ di fortuna.

All’arrivo a Catania il venerdi l’aria è siciliana, con profumo di arancini e dolci dolcissimi già all’aeroporto.

L’accoglienza è calda, ma il meteo un po’ meno. Dal punto di vista ciclistico, l’avventura comincia già il sabato. Agostino, Stefano, Roberto e il sottoscritto ci concediamo un una prova parziale del percorso, mentre il mitico Maurizio preferisce dedicarsi alla cultura sicula, partecipando al circuito delle sagre e delle degustazioni dell’isola in tempo record.

La prova del percorso di gara include l’ultima e leggendaria discesa, un nome ed un programma: KAMIKAZE. Quasi dieci chilometri di single-track nel bosco ripido, tecnico, insidioso, e dannatamente veloce. Continui cambi di traiettoria in un terreno ora roccioso ora sabbioso, con salti, gradoni e serpentoni, dove si sfruttano al massimo gli appoggi per evitare di rimanere impantanati nel borotalco di quella sabbia vulcanica che probabilmente nemmeno Mr. Spock nel prequel di Star Trek aveva

visto. Un’osservazione e una nota di invidia per Pilotino (Stefano), Agostino e Roby, discesisti impavidi e dannatamente progrediti dal punto di vista tecnico. Un Agostino irriconoscibile, seguendolo (beh, provandoci!) mentre pennella con classe e velocità le discese nei boschi, goduriose sì, ma da affrontare con tecnica e molta attenzione.

Il balletto del meteo era cominciato già a giugno, con previsioni delle maga Circe alternate agli improbabili modelli matematici dei pentiti aeronautici. Una cosa è certa: la meteo-maledizione dell’EtnaMarathon sembra essersi concretizzata anche quest’anno: dopo mesi di siccità, abbondanti piogge si sono scaricate sull’area etnea solo ed esclusivamente nelle ore della gara, rinnovando la tradizione delle ultime edizioni di questa manifestazione. Pioggia, tanta pioggia.

Domenica. Eccoci in griglia. Roby, Agostino, Pilotino ed io in griglia con l’idea di percorrere la Marathon (74 km x 2500 di dislivello) e Maurizio per il percorso Granfondo (45 km x 1600 di dislivello). Si parte subito in salita, con 7 km di asfalto fino ad una salita in ciottolato lavico con punte al 20% per altri 7 km. Si chiama Serra Buffa, ma di buffo non c’è proprio nulla. Io parto a tutta, Roby ci prova. Gli altri più saggi. Poi un po’ di pianura e alcuni saliscendi nei fertili boschi vulcanici. Si prosegue con altri 9 km di salita, tutti sotto l’acqua. Dapprima poca, poi tanta, tantissima, bagnatissima e freddissima. Siamo a 1822 metri di quota e la temperatura non supera i 6 gradi. Pochissimi e brevi i tratti di asfalto, che comunque non si riescono a vedere perché i ruscelli si sono impossessati del manto stradale.

Arrivati al rifugio Timparossa il paesaggio, come il clima, rievocano le stazioni sciistiche alpine appena prima

dell’inizio della stagione. Concorrenti silenziosi, zuppi, congelati, che tra una domanda e l’altra (sempre la stessa: “ma perché?”) si mettono e tolgono le misere mantelline nel vano tentativo di termoregolarsi e darsi una illusione di asciutto. Qua e là (ex) concorrenti con le coperte termiche. Moltissimi lamentano le dita congelate ed impossibilitate a frenare. L’organizzazione decide saggiamente di accorciare il percorso di 5 km, evitando 300 metri di salita verso la cima di sua maestà l’Etna, dove la fredda pioggia si palesa in forma di freddissima neve.

 

Le discese, tutte abbastanza tecniche, non lasciano quasi mai tregua, si passa da un fondo compatto inumidito dalla pioggia, a tratti in cui le gomme affondano e ti impuntano la bici; sassi, a volte macigni, e radici. Poi i sentieri aspri ricavati nel paesaggio "lunare" e tagliente in mezzo a successive colate laviche, e sabbia nerissima. Non manca nulla! Finalmente arriva il bivio tra Marathon e Granfondo. Qualcuno dei nostri si fa tentare per un attimo dal pensiero di sfangarsela più velocemente ma poi risuona nella mente la vocina del grillo parlante (io): nel dubbio, sempre il lungo!

Iniziata la parte di percorso dedicata alla Marathon, il numero dei bikers presenti nei sentieri è ormai esiguo. Molti sono i tratti in solitudine, dove si trova anche il tempo di "rilassarsi" un poco, per godere di quanto di meraviglioso e spettacolare la natura circostante offre.

La “KAMIKAZE” appare all’improvviso, quasi a tradimento, ma è la benvenuta perché alla fine c’è il traguardo. Siamo stanchi, Pilotino e Roby hanno anche modo di ritrovarsi e riunirsi. Nella discesa Pilotino è imprendibile e sparisce nel bosco. Questa discesa, per chi oggi è un po’ più bambinone del solito (quindi

tutti...) è una vera super-chicca. La pioggia, poi, ha reso questo lunghissimo single-track con toboga, salti e quant’altro, molto più compatto e veloce!

Ebbene sì, ci siamo divertiti tantissimo. Chissà mai che il prossimo anno riusciremo ad organizzare una grande spedizione, includendo anche coloro che sono stati costretti a rinunciare quest'anno.

Da ultimo, l’immancabile invito alla prudenza, che ci deve accompagnare sempre tutti, in gara e non solo.

 

Va bene osare e divertirsi, ma con attenzione, controllo e coscienza dei propri limiti!

 

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