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La GFNY Mont Ventoux

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Il Ventoux e i suoi colori

 

Tre sono i colori che hanno dominato questa spedizione Cassinis in terra di Provenza: l'azzurro iluminoso di un cielo senza nubi, il verde brillante degli alberi e della vegetazione e quello intenso, per noi così inusuale, dei campi di lavanda.

Una spedizione nata quasi in sordina quando, nello scorso novembre le “antenne” sempre molto attente e curiose del nostro vulcanico presidente hanno captato l'esistenza di una gran fondo chiamata GFNY Mont Ventoux che aveva come punto di forza l'arrivo sulla cima del  “Monte Calvo”, il gigante della Provenza.

Attratti dal richiamo del pifferaio magico della storia a due ruote, i Cassinis, uno alla volta, quasi in sordina, si sono iscritti senza pubblicizzare più di tanto la cosa poi....il silenzio. Per mesi non se ne è più parlato fino a un paio di settimane prima quando si è cominciato ad organizzare la trasferta scoprendo che eravamo una quarantina di “pedalanti” e circa una decina di accompagnatori.

Ormai la nostra, oltre ad essere un'associazione sportiva, potrebbe anche diventare un'agenzia di viaggi. Tutto è andato alla perfezione e “l'orda “ Cassinis è arrivata il sabato precedente la gara a Vaison-la-Romaine, sede della partenza , senza intoppi.

I Cassinis hanno invaso con la consueta carica di simpatia un po' caciarona, le strade e le piazze di questa bellissima cittadina piena di reperti di epoca romana e con una parte più medioevale arroccata su una collina ,nella quale si trovava la maggior parte dei nostri alberghi.

Il perchè di una spedizione così numerosa è presto detto.

Il Mont Ventoux è una delle salite più mitiche e rappresentative di tutto il ciclismo moderno. 

La sua storia è relativamente recente; entra infatti nel grande ciclismo “solo” nel 1951, è ricca di aneddoti, di drammi e di trionfi. Rappresenta al meglio il senso di avventura e di sfida che assale tutti coloro che spendono del tempo sul “cavallo ferrato” a due ruote.

Tra i mille episodi ce ne sono almeno tre che hanno segnato in modo indelebile l'asfalto di questa salita.

Nel 1957 Ferdi Kubler sottovalutò la durezza dell'ascesa attaccando da subito, andò talmente in crisi che, dopo aver scollinato, si fermò per bere durante la discesa ma era in uno stato di tale confusione che  ripartì in senso inverso, tornando verso la cima. La sera stessa, in albergo, convocò una conferenza stampa e comunicò il suo addio non solo al Tour, ma al ciclismo.

Nel 1970 anche il grande Merckx, pur vincitore della tappa che arrivava in vetta, dopo essere sceso dalla bicicletta e aver fatto due passi, si accasciò al suolo e venne portato in ospedale per accertamenti, in ambulanza. Fortunatamente riuscì a ripartire il giorno dopo.

L'episodio più famoso e tragico, legato indissolubilmente alla storia di questa salita, è, ovviamente quello del 1967 che vide la morte, a circa due km dalla vetta, del britannico Tommy Simpson, stroncato dal caldo e da una crisi cardiaca dovuta allo sforzo e all'abuso di sostanze stimolanti.

Questo per dire che arrivare in vetta ai 1911 metri del gigante rappresenta per ogni ciclista il compimento di un'impresa che almeno una volta nella vita va tentata.

E questo era ben chiaro nella mente di ogni Cassinis la mattina della partenza perchè entrambi i percorsi, sia quello medio che il lungo, prevedevano nel finale l'ascesa al Mont Ventoux tra l'altro dalla parte di Bedoin. Non un versante ma, come tutti sanno “Il Versante”, quello più duro, affascinante e carico di storia.

Bellissimi entrambi i percorsi. Un susseguirsi di paesaggi solitari e assolati, di salite pedalabili e discese tortuose su stradine incastonate nella roccia sopra valli mozzafiato e con lui, il gigante, sempre presente, con la torre dell'osservatorio di un bianco immacolato, a guardarci quasi ironicamente, così lontano da sembrare irraggiungibile.

Un antipasto godibilissimo, la prima parte della gara, preludio al piatto forte di giornata.

Chi prima, chi dopo ,tutti sono arrivati a Bedoin, inizio della salita, intorno a mezzogiorno. Non c'era un caldo afoso ma il sole picchiava abbastanza forte.

I 21 km dell'ascesa cominciano delicatamente, quasi un invito ad osare, a provarci. Si sale in mezzo ai campi assolati con  pendenza accettabili, 4/5 % e sembra facile, sai cosa ti aspetta, ma intanto è facile.  

Dopo circa 5 km c'è un secco tornante a sinistra, che i francesi chiamano con una certa enfasi “le Virage de Saint Estève” e, di colpo, la musica cambia. Si entra in un bosco e le pendenze si alzano fino al 10 %.

Le forze sono ancora intatte e ti addentri baldanzoso ma....... c'è qualcosa che non torna e te ne accorgi un po' alla volta. 

Come irretito dalle sirene di Ulisse, solo che non hai i tappi nelle orecchie e non sei legato da nessuna parte, segui il nastro d'asfalto e, senza rendertene conto, ti “spegni” un po' per volta. 

Sei in un bosco, ma fa caldo. Ci sono alberi, ma l'ombra non ripara. Le pendenze non salgono mai sopra l'11% ....ma non scendono mai sotto il nove. 

Oltre quel rettilineo ci sarà un tornante, ma non c'è nessun tornante, mai. Sembra quasi che i tornanti siano un'esclusiva di noi italiani. Diavolo di francesi, in 21 km ne hanno messi solo tre.

Sei quasi al limite ma dovrebbe mancare poco e, in lontananza, un cartello ti dice “Ravitò 5 km”. 

Vorresti piangere mentre intorno a te una varia umanità a pedali procede chi al limite del ribaltamento, chi a piedi e chi......sdraiato sotto un albero. I volti dei compagni di squadra che incontri sono deformati dallo sforzo, ci si risponde a cenni e a grugniti, non c'è fiato per fare ne' conversazione ne' convenevoli.

Ti ricordi improvvisamente che il Presidente ti aveva avvertito :”Attenzione al tratto centrale, tutti temono gli ultimi sei km ma è il tratto nel bosco quello che fa male”.

Ma non serve ricordarlo mentre, come un automa, ti alzi sui pedali per spingere e vorresti tanto invertire tra loro la corona col pignone, tanto 30X34 fa sempre 1020.

Dopo 10 km di sofferenza Chalet Reynard, la fine del bosco e l'inizio ...della fine arriva, stranamente, all'improvviso. 

Al ristoro altri compagni, diciamo non “freschissimi” e, sorpresa c'è solo acqua. Meglio di un cazzotto tra i denti ma quanto avresti voluto un po' di Coca Cola.

Pazienza. C'è l'ultimo tratto da affrontare e qui, per fortuna, il gigante ha un po di pietà. Il caldo non è asfissiante e, soprattutto il Ventoux oggi è in preda ad un'amnesia e si è scordato come si chiama perchè c'è solo un leggero venticello, a tratti.

Per fortuna perchè negli ultimi km prende il sopravvento un altro colore , il quarto di questa spedizione.

Tutto intorno, infatti, solo pietre di un giallino-grigiastro. A perdita d'occhio. 

Non c'è un albero, un cespuglio, un riparo. 

Le uniche forme animali sono i ciclisti e le mosche che, incredule, ti si buttano addosso come fossi una mucca anche se secondo me le mosche del Ventoux nemmeno sanno cosa sia una mucca.

Continuano i drittoni e, laggiù, lontano, quasi irraggiungibile, l'osservatorio : punto finale delle tue fatiche. 

Le pendenze, per fortuna, scemano un po', quasi come te e le tue forze. 

E come per tutte le salite che si rispettino anche questa ha “in cauda venenum”. L'ultimo km , infatti, meglio gli ultimi 800 metri sono i più duri. La vetta è li ma non arriva.

La stele che ricorda Simpson è li ma non la guardi, un po per scaramanzia e un po per paura.

Alla fine arriva il terzo tornante, l'ultimo a 150 metri dall'arrivo. Il tornante che ti si è impresso nella mente con le immagini di Pantani ed Armstrong nel 2000. Anche per te, per tutti i Cassinis, è il tornante della vittoria.

Arrivare quassù con le proprie forze è una vittoria. Non importa il tempo, non importa il piazzamento. 

In questa GF tutti noi che siamo arrivati,abbiamo vinto.

 

Sandro

 

 

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