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Il Cassinis ancora alla Parigi Roubaix

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"Dopo l'esperienza del 2012, il Cassinis è ritornato a rivivere il mito della Parigi Roubaix, ecco il racconto del nostro Leonardo:
Tutto ciò che avete sentito dire o letto sulla Parigi- Roubaix è vero. Sia di bello sia di brutto.
Quando la si porta a termine non si può che stare con Franco Ballerini (sintetizzo col dire che ti entra nell'anima) ma sottoscrivere allo stesso modo l'odio espresso da Bernard Hinault al suo arrivo dopo averla vinta nel 1981.
Credo di poter dire che questa corsa fuori dal tempo e da ogni parametro di confronto costituisca un paradigma di cosa possa essere il ciclismo. Lo si può capire solo percorrendo i tratti più duri di pavé che diventano sempre più cattivi e dolorosi verso l'arrivo. La considero un paradigma perché mentre provi ad avanzare su un terreno duro di pietre infami e cerchi continuamente le traiettorie migliori per alleviare i dolori alle mani e alle braccia è inevitabile che il pensiero ti porti all'eleganza suprema dello "zingaro" Roger De Vlaeminck, alla potenza e rotondità della pedalata di un Tom Boonen e di un Fabian Cancellara. Non ho citato Eddy Merckx perché costui ha vinto su ogni terreno. E credo che il bellissimo film "A Sunday in Hell" di Jørgen Leth del 1976 lo abbia già spiegato bene (lo trovate facilmente su youtube o altrove da scaricare).
Per me è sempre stata la corsa di biciclette per eccellenza sin da quando ero bambino, da quando mio padre mi diceva che il più forte era De Vlaeminck che per me era il ciclista con la maglia delle "cicche" Brooklyn e che correva su una bici blu di nome Gios. E mio padre tifava per Felice Gimondi.
Partirò dalla fine e proprio da Gimondi.
Al termine della gara i ciclisti hanno la possibilità di fare la doccia nei bagni del Vélodrome di Roubaix dove la gara termina dopo un intero giro dell'anello della pista. Questo luogo è una versione termale del Santuario della Madonna del Ghisallo perché su ogni muretto in cemento che fa da spogliatoio è inciso il nome di uno dei vincitori della Roubaix. Proprio dopo aver finito la doccia, dove per azionare l'acqua si deve tenere tirata una catenella, un signore francese mi ha chiesto se ero italiano e poi mi ha detto che si ricordava benissimo quando da bambino (muovendo la mano in basso da destra a sinistra per indicare la sua statura di allora) vide Gimondi vincere la Roubaix. Sembrava veramente commosso, anche nel ricordare che l'anno prima il nostro corridore aveva vinto il Tour de France. Sono subito corso a cercare la placchetta per fotografarla: GIMONDI F. Vainqueur 1966. L'anno della mia nascita.

Sabato, il giorno prima, avevo deciso di saggiare il pavé provando uno dei primi tratti che avrei incontrato il giorno dopo: pavé Stablinsky (2200 m). Da "fissato" dei materiali volevo provare la pressione dei tubolari cercando e trovando nei dintorni dei tratti di pavè dimenticati per ora o forse pedalati nel passato. È stato tutto subito chiaro: domani non si scherza. "La bici va lasciata andare impegnati solo ad accompagnarla e a darle trazione, i freni forse non servono quindi governa l'istinto".
La sera abbiamo cenato all'Hotel du Centre di Maretz a fianco di altri partecipanti, molti neofiti e molti recidivi. Belgi soprattutto ma anche italiani, tedeschi, francesi, olandesi e anche spagnoli. L'acqua in genere qui costa più della birra e alla fine della giornata, molto calda, ho totalizzato due litri. A un certo punto alla televisione dannò le previsioni del tempo e d'un colpo siamo tutti in ascolto della giornalista che ci informa che farà molto caldo. Due belgi, venuti in bici, 150 km per raggiungere la partenza e il giorno dopo 217 della gara più 50 per rientrare a casa, ci dicono che è favoloso perché si avrà il vento a favore. Bene, andiamo a dormire, proviamo almeno. Non prima di aver messo ai piedi del letto gli indumenti più leggeri per il giorno dopo. Nella sacca da lasciare alla partenza manicotti e giacche antipioggia.
Come ci siamo sentiti al risveglio delle 5 guardando dalla finestra della nostra stanza a Maretz la pioggia scendere abbondante dal cielo plumbeo? È stata una mezz'ora terribile. Un ripeterci che le previsioni meteo non potevano essere farlocche quanto i sondaggi elettorali. Non era accettabile oggi, 8 giugno 2014. Fu così che fatta colazione sotto una pioggia che finalmente andava lentamente scemando alle 6:15 ci siamo decisi a partire in bici. 10 km ci separavano dalla partenza, dove abbiamo lasciato lo zaino che avremmo ritrovato all'arrivo al Vélodrome, e bagnati siamo partiti.

Dopo dieci chilometri sotto la pioggerellina il tempo inizia a volgere al meglio e finalmente veniamo raggiunti da un gruppetto di fiamminghi, a cui subito io e Alessandro ci accodiamo; si socializza, qualche battuta e non ce la faccio a trattenermi: – Tom Boonen o Philippe Gilbert? TOOOM BOOOONENNN la risposta secca. Saranno loro a guidarci per quasi tutta la Roubaix e non avremmo potuto avere maestri migliori.
Vi assicuro che il primo impatto col pavé è qualcosa di spaventoso ma pian piano ci si prende la mano e può diventare un vero divertimento. Il primo tratto lo si incontra dopo una ventina di km, è il già citato Stablinsky, solo tre stellette. La bici inizia a sobbalzare, il manubrio è un martello pneumatico, e non ti resta che provare a diventare un tutt'uno con le ruote, il telaio, i pedali e avanzare spingendo e ammortizzando con le braccia quasi come se spronassimo un cavallo assecondandone il galoppo. I fiamminghi ci staccano subito, si producono in accelerate a cui noi, al nostro primo impatto con le pietre, non possiamo né riusciamo a rispondere. Questo primo tratto di pavé a un certo punto presenta una curva secca e procede in discesa: il fango ha invaso la strada e la mia ruota posteriore non solo slitta ma continua a sculettare terrorizzandomi per la paura di cadere.
Mi sono arrangiato fino al primo ristoro dove la prima cosa che ho fatto è stata quella di sgonfiare la ruota posteriore, portandola, al tatto, sotto le 7 atm.
Si riparte che è una meraviglia, ora riusciamo a non farci staccare più di tanto sul pavé dai nostri compagni belgi coi quali ci compattiamo sempre sull’asfalto.
Piccola considerazione sulla categoria degli “italiani”.
Ci è capitato di fare strada con un gruppetto di una società sportiva nostrana, il cui capetto sui tratti di asfalto urlava e smaniava per alzare l’andatura sopra i 35 orari. Si dimenava come se stesse facendo il record dell’ora salvo poi piantarsi letteralmente appena riprendeva il pavé. A conti fatti percentualmente di pavé alla Roubaix se ne incontra 1 km ogni 4, quindi le sparate sull’asfalto servono a poco perché sulle pietre, con debite proporzioni, è possibile che la differenza sia la stessa che su una salita. Ovviamente mi riferisco a ciclisti amatori.
Ormai siamo presi, l’atmosfera è bellissima e finalmente arriviamo dopo 90 km al secondo ristoro. Finalmente perché è da qui che inizia la Roubaix. Sappiamo che ci attende immediatamente il mito, un tratto di strada tra i più leggendari della storia del ciclismo. Appena intravedo il “tunnel” della Foresta di Arenberg (cinque stellette) mi sembra di trovarmi in un incubo, in pochi istanti penso ai miei tubolari che portano lo stesso nome di questa strada, – Forse avrei dovuto montare i Franc Marie Boyaux da 27, quelli di Cancellara? Ma cazzo, altri 160 euro dopo aver preso i Veloflex! – Avrò fatto bene a usare le ruote coi mozzi Dura Ace o avrei dovuto usare quelle con i Dt Swiss? Affiorano le indicazioni avute da chi ha corso la Roubaix: – Prendila a tutta e mena, mena, mena, lascia andare la bici, i freni non usarli. Prima di infilarmici dentro, sono molto sentimentale ma solo al cinema e all’opera, confesso che stavo per piangere per la commozione, piangere sul serio. Ci entro a tutta, forse a quaranta all'ora, mentre l’immagine di Boonen, fermo con una ruota in una mano e la bici nell’altra che bestemmia perché l’ammiraglia non arriva, viene sempre più a galla. Questo tratto di 2200 metri è un monumento di pietre taglienti, senza curve e in impercettibile discesa. Mi sembra di galleggiare, la bici fila che è una meraviglia ma ho paura e rallento, e mano mano che le ruote iniziano a girare più lente incomincia una vera tortura, si è scossi come in uno shaker, ti senti preso a bastonate su tutto il corpo. Alessandro mi urla – Passa da questa parte! intendendo il largo tratto di terra battuta a fianco del monumento. Lo assecondo, per pochi istanti: – Cazzo Ale, siamo alla Roubaix, siamo venuti per fare la Foresta, i miei tubolari si chiamano ARENBERG! e un attimo dopo torniamo sulle pietre e a gran fatica ricomincio a spingere. Le sensazioni, almeno le mie personali, a livello epidermico (si legga brividi sulla pelle) sono più simili a quelle che si hanno durante una discesa piuttosto che durante una salita. In questo caso si spinge come muli, la fatica è tanta sicuramente, ma è quasi solo forza che serve. Sul pavé l’adrenalina è alle stelle per la paura, per la velocità che sembra amplificata, per l’estrema attenzione che si deve avere nel guidare la bici che va come “spronata” dandole continuamente trazione e spingendo col manubrio le ruote sul terreno e poi lasciandolo con un gioco morbido di braccia continuo. Se non si fa così la bici rallenta e sono cazzi perché ricomincia il tormento per il collo, le braccia, le mani, le gambe. Non serve il rapportone, senza arrivare al 53/46 dei Cancellara e Boonen, direi che il 53/39 va bene. Anzi, una certa agilità è la cosa migliore, pur trattandosi in sostanza di una corsa in pianura, il 53/17 o 19 sono le combinazioni che ho usato di più.
Gli spettatori che sono lungo la Foresta ti applaudono e ti incitano se sei sul tratto tosto, ti riconoscono, anche se non hanno il cronometro in mano, coraggio, forse perché sanno che sei arrivato fin lì proprio per correre quei 2200 metri di leggenda.
Usciamo dal tunnel infatti coi lucciconi agli occhi.
Siamo ormai “battezzati” e da lì in avanti attendiamo i tratti di pavé senza alcun timore. Alessandro tira sull’asfalto e io gli dò il cambio sulle pietre. Abbiamo capito come cambiare traiettoria per sorpassare i ciclisti più lenti, come spostarci alla ricerca di strisce di terra pedalando al limite dei campi coltivati. Perché a un certo punto la “frollatura” muscolare provocata dal pavé inizia a farsi sentire, cerchi qualsiasi possibile ristoro per le mani e le braccia che sono le parti più sollecitate. Assisti a cadute, scivoloni, sbandate stile comiche sul pavé che l’acqua rende scivoloso come una saponetta.
Se la Foresta è il battesimo, la parte finale della Roubaix è la promessa della santificazione.
Gli ultimi trenta km dal centottantaduesimo al Vélodrome prevedono in sequenza il Pavé Gilbert Duclos-Lassale **** 960 m, il Pavé du Calvaire *** 500, il Pavé de la Justice **** - Pavé du Quênelet **** 1800, il Pavé de Luchin ***** - Pavé du Carrefour de l'Arbre ***** 2120, il Pavé de Gruson 1100 e il Pavé de Hem ** 1400.
Il tratto Pavé de Luchin - Pavé du Carrefour de l'Arbre cinque stellette per più di due km, ormai sotto il sole e a 30 gradi è un vero tormento per tutto il corpo, la stanchezza però non vieta ulteriori gioie, sai che sei quasi alla fine, che qui molti campioni hanno staccato i gruppetto con cui erano andati in fuga. E così l’affronti, con il cuore gonfio di felicità. Leggi la fatica negli spasimi degli altri corridori che non ce la fanno più, mentre tu li passi a tutta e a tua volta sei passato a tutta da nugoli di belgi fiamminghi che sembrano avere una trazione e una forza il doppio della tua, dei palmi delle mani di acciaio e una dimestichezza con la bici superiore (ciclocross, tanto ciclocross).
Confesso che dopo il tratto di Gruson (– C’est facile, on peut marcher sur le chemin en terre, mi dice il capofila dei fiamminghi che conosce il percorso come io conosco la strada da casa per andare a comprare i sigari), il Pavé de Hem, due sole stronzette di stellette, tutto curve senza scopo che non aggirano nulla, con l’asfalto messo peggio del pavé è stato il tratto peggiore per me, quello che ho sofferto di più e dove mi sono quasi arreso ai dolori ai palmi e a quelli sopraggiunti al collo. Ma ne esco vivo e faccio gli ultimi chilometri pedalando sulle nuvole e quasi imbambolato entro nel tempio Vélodrome de Roubaix, dopo essermi tolto i guanti, chiuso la maglia e tolti gli occhiali. Suona la campana, mi guardo intorno, ma un solo giro è troppo poco, vorrei che il tempo si fermasse.
Postilla.
Tecnicismi. Perdonatemi
A mio parere la Paris – Roubaix costituisce l’esaltazione della bicicletta in quanto strumento e dei componenti. Deve essere efficiente. Non è una gf come le altre, né è paragonabile all’Eroica. Chi la guiderà deve sapere che, insieme alla testa, non serve allenare solo le gambe, ma anche braccia, dorsali, addominali e lombari se non vuole restare una settimana catatonico dopo averla corsa.
Il mio mezzo:
Telaio Casati Laser su misura, acciaio Dedazero Replica, con serie sterzo esterna Chris King.
Guarnitura Dura Ace 53/39, pedali Speedplay.
Ruote con mozzi Dura Ace 32 fori, cerchi Ambrosio Nemesis “La Reine du Nord” assemblati da Fausto by Esposito. Tubolari Veloflex Arenberg 25 (addizionati di lattice Effetto Mariposa).
Ho visto decine di forature, soprattutto di ruote per copertoncini. Alla Roubaix non ci sono i chiodi per terra, ci sono le pietre, si fora per “pizzicatura”. Quindi o tubolari o tubolari…
Manubrio oversize: meglio avere maggiore appoggio per i palmi; nastro manubrio Brooks senza fori (non lo fanno più, è più consistente di quello coi fori), e due buoni guanti. Sella Selle Italia Storika Dogma, un oggetto sadomaso ma che alla fine ho preferito alla Brooks Swallow che per tutta la primavera ho provato inutilmente a forgiare con gli ischi: scomoda era e scomoda è rimasta.
All’arrivo, dopo il giro di pista mi sono fermato e, non scherzo, la mia bici ha ricevuto i complimenti di una coppia francese: Ollallà! Regarde, Marie, une Casatì, il y a una Casatì! Quelle merveille!"

 

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